La storia di Alessandro
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- Pubblicato: Venerdì, 07 Agosto 2015 14:38
- Scritto da Ilaria Marotta
Analizziamo ora, nell’ambito dello spazio dedicato alle storie di vita o parte di esse, la storia di Alessandro, un uomo di 40 anni. I punti su cui verrà posta l’attenzione sono quelli relativi alla dimensione familiare e a quella lavorativa.
Una laurea in Giurisprudenza e una continua ricerca di un lavoro, insieme al compagno di una vita, senza, però, la possibilità di poter vivere insieme.
Alessandro fa il suo coming-out il giorno del suo diciottesimo compleanno, dicendo ai propri genitori che ai festeggiamenti avrebbe partecipato anche il suo compagno. Diretto, senza lasciare spazio all’immaginazione, ricorda ancora la scena di panico che ha seguito le sue parole: le lacrime della madre, le urla e gli insulti del padre e la festa annullata.
«(il coming-out) L’ho fatto a 18 anni, e sinceramente mi dico che l’ho sempre saputo, nel senso che non ho avuto il percorso comunque di scoprirlo nel corso degli anni, io ho sempre saputo di essere gay, ciò non mi ha mai creato dei problemi. I problemi li ha creati nel rapportarmi con la famiglia e con gli altri però con me stesso no, quindi l’ho fatto a 18 anni. Ricordo benissimo il giorno, era il giorno del mio compleanno e quindi mi dissi è l’occasione giusta, la maggiore età, si dice che comunque l’età del giudizio quindi o ora o mai più; la notizia fu accolta…essendo comunque la mia una famiglia meridionale, come quella tradizionale del meridione, non fu accolta naturalmente con gioia, è stato un percorso lungo negli anni che forse continua ancora adesso. Oggi posso dire che i miei, mia mamma perché mio padre no c’è più, non abbia accettato a pieno la cosa ma che si sia abituata tra virgolette alla cosa, che è leggermente diversa dall’accettare, ma la cosa non mi crea problemi».
L’ambito familiare è sicuramente quello in cui le persone omosessuali subiscono le prime forme di discriminazioni. Essere insultato, non accettato, mandato via di casa, queste sono le reazioni che molto spesso i genitori hanno dinanzi il coming-out dei propri figli. A volte dopo un primo periodo di tempesta, la situazione viene accettata, ma questo è un processo lungo, che nel frattempo ha modificato i loro rapporti. Nell’ambito familiare possiamo trovare anche un altro tipo di discriminazione, imputabili al fatto che lo Stato italiano non riconosce le coppie same-sex, la possibilità di sposarsi ed avere dei bambini. Tale questione rappresenta un problema di più ampio respiro, infatti, nel luglio 2015, la Corte europea dei diritti umani, condannando l’Italia per la violazione dei diritti di tre coppie omosessuali, ha invitato il nostro Paese a introdurre il riconoscimento legale per le coppie formate da persone dello stesso sesso.
Dopo la laurea in Giurisprudenza, ha lavorato come addetto vendita presso una libreria a Bologna, successivamente viene assunto in una società privata di Napoli, ma dopo solo quattro mesi di contratto l’azienda chiude a Napoli per riaprire a Roma; in questa situazione viene deciso di licenziare i nuovi assunti, tra cui anche Alessandro. Questo è l’ultimo lavoro che ha svolto, e risale a qualche anno fa.
Alla fine dello scorso anno partecipa ad un progetto di inserimento lavorativo per soggetti discriminati in ambito lavorativo per il loro orientamento sessuale o identità di genere, ma alla conclusione del tirocinio formativo della durata di tre mesi non ha ricevuto un’offerta di lavoro.
Sembra che Alessandro sia posto in una situazione di estrema vulnerabilità, senza la certezza e la gratificazione di un lavoro, senza la possibilità di poter vivere con il proprio partner e con una famiglia che più che accettare la propria omosessualità se ne è fatta una ragione.
Tutto questo ci fa riflettere sul fatto che la discriminazione non è rintracciabile soltanto nella violenza, nell’aggressione fisica o verbale. Essere discriminato, ad esempio in ambito lavorativo, vuol dire non prendere parte alla vita organizzativa dell’azienda, sia durante l’orario lavorativo che dopo, quindi non far parte del network di colleghi. Si pensi, ad esempio, ad una persona che mente sul proprio partner, su come trascorre il week-end, una persona che non partecipa alle attività extra-lavorative perché non può presentare il compagno, questo è un lavoratore discriminato. Tutto ciò è vero anche nel contesto familiare, perché una cosa è accettare un figlio omosessuale e un’altra abituarsi all’idea.
«Se i tuoi genitori non ti conoscono per quello che sei, continuare a mentire, nascondersi quindi forse ecco questa cosa mi fece dormire sogni leggeri, forse perché ecco anche se avevo 18 anni quando andavo a dormire sapendo di non essere chiaro con i miei genitori, mi creava dei turbamenti anche perché io l’ho sempre saputo chi fossi quindi il fatto di ecco, uscire il sabato con degli amici, il fatto di comunque ecco far venire un’amica a studiare a casa e tua mamma, meridionale, diceva eh che bella ragazza, sai perché non ci esci? Creare l’illusione, dissi, forse è il caso di mettere fine a tutto, e trovai il coraggio».










