L'OMS contro i limiti di accesso alle persone Hiv+: violazione dei diritti umani

Per una società che si muove verso la globalizzazione è davvero difficile pensare che “il viaggiare” possa essere ostacolato o addirittura vietato. Eppure ci sono paesi che impongono restrizioni d’accesso e di soggiorno a tutti gli individui che risultano positivi al test dell’HIV. Aver preclusa questa possibilità al giorno d’oggi può diventare un problema soprattutto se il motivo del viaggio è di natura personale o professionale. L’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) esprime il suo dissenso sottolineando che queste misure sono contrarie ai diritti dell’uomo; inoltre non esiste nessuna evidenza che queste pratiche restrittive possano ridurre l’incidenza del virus dell’immunodeficienza umana (HIV).

 

Attualmente nonostante ci siano forti pressioni esterne che tentano di far rimuovere le restrizioni per l’accesso, la residenza e il soggiorno, alcuni paesi persistono nel loro modus operandi. Le norme che regolamentano i rapporti tra le parti interessate si dividono in due categorie: le normative che disciplinano il rilascio di visti turistici per un periodo di tempo che va da 1 a 3 mesi e le norme che prendono in considerazione soggiorni più prolungati per motivi di studio o professionali. Nel caso di rilascio di visti turistici per un breve soggiorno non ci sono molti impedimenti in merito, la situazione diventa complessa se il periodo di permanenza è prolungato. In quest’ultimo caso le prassi di alcuni paesi impongono di allegare un certificato medico alla domanda per il visto oppure mostrare il documento in questione alla dogana, che attesti la condizione fisica ottimale del soggetto interessato. Dichiarare il falso con queste disposizioni di legge è impossibile perché bisognerebbe superare tutta una serie di controlli che vanno dalla perquisizione del bagaglio, spesso stracolmo di farmaci di cui il soggetto non può fare a meno, fino ad arrivare alla valutazione dell’aspetto fisico del viaggiatore. Un esito positivo al test HIV può comportare il respingimento della richiesta del soggetto interessato. I paesi che negano fermamente l’accesso agli individui sieropositivi sono: Bahamas, Brunei, Emirati Arabi Uniti, Giordania, Guinea Equatoriale, Iraq, Isole Salomone, Papua Nuova Guinea, Qatar, Russia, Singapore, Sudan, Suriname e Yemen. Figurano inoltre, tra quelli già citati, paesi che applicano restrizioni anche di soggiorno per periodi inferiori ai 3 mesi di permanenza e sono: Bhutan, Egitto, Iraq, Isole Turks e Caicos, Kirghizistan, Libia, Taiwan e Uzbekistan[1].

La LILA, lega italiana per la lotta contro l’AIDS, nel 2010 ribadiva, in un comunicato stampa dal titolo “Togliete le restrizioni su viaggio e soggiorno delle persone sieropositive”, che «Sono 16 i Paesi della Regione europea (come definita dall'Organizzazione mondiale della Sanità) che ancora applicano restrizioni in ingresso e permanenza alle persone sieropositive, restrizioni discriminanti e prive di alcuna plausibilità sanitaria. Mentre il mondo sembra finalmente andare in un'altra direzione [...] è necessario che continui la pressione internazionale sui Paesi che impediscono alle persone sieropositive di viaggiare, studiare, lavorare sul proprio territorio»[2].

Tutti gli individui affetti da HIV, come qualunque altro cittadino, devono essere messi in condizione di poter decidere autonomamente e senza alcuna discriminazione, il paese dove intendono conseguire la propria formazione o esercitare una qualunque professione. Disposizioni di legge stringenti sui diritti umani che pongono barriere alla libera esplicazione della persona, non fanno altro che aggravare la condizione psico-fisica di chi è già da tempo costantemente a rischio di perdere tutto ciò per cui ha lottato.

Al di là delle politiche interne e delle giurisdizioni vigenti in alcuni Paesi, le persone sieropositive devono attenersi ad alcune prassi di routine prima di intraprendere un viaggio.

La prima cosa da fare per un paziente sieropositivo è consultare il proprio medico concordando con lui le soluzioni migliori e l’itinerario più consono alle proprie esigenze. Tra le precauzioni base figura il munirsi di un quantitativo di medicinali tale da garantire una completa copertura per il periodo di permanenza nel paese ospitante. Di importanza fondamentale è l’informarsi preventivamente circa tutte le vaccinazioni da fare per evitare il contagio con altre tipologie di infezioni che, nel caso di soggetti affetti dall’HIV e in modo particolare negli individui con un numero di cellule CD4+ inferiore ai 200 elementi mm³, contratte possono essere fatali.

Attualmente quali e quanti siano i soggetti sieropositivi vittime di discriminazione è molto difficile da quantificare. Non siamo in grado di risalire all’effettiva entità del problema dal momento che esistono solo sporadici episodi di discriminazione e nel concreto non esistono organizzazioni o sistemi atti a raccogliere questa tipologia di segnalazioni. Quindi, a fronte delle norme discriminatorie ancora in vigore in molti paesi, è necessario munirsi di strumenti di monitoraggio che testimonino gli effettivi danni che le persone sieropositive subiscono a livello globale.

 

Per ulteriori delucidazioni in merito alle specifiche normative in vigore nei paesi menzionati e per tenersi costantemente aggiornati, si faccia riferimento alla raccolta dati resa pubblica sul sito http://www.hivrestrictions.org/, creato in collaborazione dell’IAS (International AIDS Society), EATG (European AIDS Treatment Group) e GNP+ (Global Network of People living with HIV/AIDS).

 

[1] Fonte consultabile sul sito, http://www.lila.it/images/doc/vch/2013-QuickReferenceGuide.pdf.

[2] Per ulteriori informazioni consultare il sito, http://www.lila.it/images/doc/cs2010/04-06-10_mobilita.pdf.