Omosessualità e Islam nel 2016

Lo scorso luglio l’Osservatorio LGBT ha dedicato un articolo al nuovo sindaco di Londra Sadiq Khan, avvocato di origini pakistane che ha ricoperto ruoli di primo piano all’interno della politica inglese. La sua carriera di membro del partito laburista, costellata di battaglie per i diritti umani, lo ha portato ad essere eletto in Parlamento dove nel 2013 è anche stato chiamato a votare sulla legge che consente e disciplina i matrimoni gay. Khan si è dichiarato più volte musulmano praticante ma nonostante ciò - e le minacce di morte ricevute - il suo voto è stato a favore. Sadiq Khan sembra essere l’altra faccia della medaglia di una religione il cui testo sacro, il Corano, condanna l’omosessualità come “atto osceno” o “anormale”[i].

Prima di proseguire nella nostra indagine è necessario sottolineare che la Sharia, ossia la legge islamica fondata sul Corano, non condanna il comportamento omosessuale quanto piuttosto l’atto omosessuale che si consuma tra due persone dello stesso sesso[ii] e che il testo sacro indica con il termine “liwat”, “sodomia”. Su questa tematica molti sono coloro che hanno levato la loro voce anche in maniera contrastante al punto da far immaginare un continuum lungo il quale si pongono azioni e dichiarazioni di diversi esponenti del mondo islamico.

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Rischio salute più alto tra i giovani LGB. I dati della National Youth Risk Behavior Survey

L’adolescenza è una fase di transizione in cui i giovani cercano di conquistare il proprio posto nel mondo degli adulti e si ritrova a dover gestire diversi livelli di difficoltà, dovute ai grandi rimaneggiamenti e trasformazioni sia sul piano psicologico che su quello fisico. Ma mentre molti giovani affrontano tale passaggio con successo con l’obiettivo di diventare adulti sani e produttivi, altri lottano a causa di problemi quali la stigmatizzazione, la discriminazione, la disapprovazione della famiglia, il rifiuto sociale e la violenza.

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Progetto «Famiglie Arcobaleno». Intervista a Valeria Roberti del Centro Risorse LGBTI

Dal 7 luglio è partita la prima raccolta dati a livello nazionale sulle famiglie arcobaleno, promossa dal centro risorse LGBTI in collaborazione con le organizzazioni Famiglie Arcobaleno e Rete Genitori Rainbow, nell’ambito del progetto Rainbow Families finanziato da ILGA Europe. Abbiamo intervistato chi in prima persona si occupa di #contiamoci, che ci spiega i motivi e i fattori che hanno spinto alla creazione del progetto, sottolineando nello stesso tempo l’importanza di indagare su una realtà ancora fin oggi poco rappresentata. A parlare è Valeria Roberti, la Project Manager Assistant del Centro Risorse LGBTI e attivista Lgbt da oltre dieni anni.

Come e perché è nata l’idea del progetto famiglie Lgbti #contiamoci?

Il Centro Risorse da sempre s’impegna nel monitoraggio e nel supporto alla realtà LGBTI italiana e di certo l’ambito “famiglie” è uno dei più citati nell’ultimo anno, soprattutto in relazione all’iter parlamentare della legge Cirinnà. Allo stesso tempo, nel nostro Paese, non esistono dati attendibili per stimare il numero delle famiglie LGBTQI in senso ampio, quindi non solo coppie omosessuali con figli ma tutte le unioni che si autodefiniscono famiglia, e questi dati sono fondamentali per aumentare il peso politico delle rivendicazioni. Anche per questo nasce il progetto “Famiglie LGBTQI: #Contiamoci!”, una raccolta dati sulle famiglie che ad oggi non trovano un pieno riconoscimento nel nostro ordinamento giuridico, un’occasione per contarsi e per farsi sentire.

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#Contiamoci per contare. La prima raccolta dati sulle famiglie LGBTI in Italia

Quantificare oggi il numero di famiglie omogenitoriali a livello nazionale è una operazione sicuramente complessa, data la bassa disponibilità e attendibilità di dati ufficiali fruibili, come avverte anche Mauro Fornaro sull'ultimo numero di «Psicologia contemporanea». Se prendiamo a riferimento l’indagine Modi.di. del 2005, ossia la prima ricerca sulla salute e il benessere della popolazione omosessuale italiana, finanziata dall’Istituto Superiore di Sanità e realizzata su un campione di circa 7000 individui,  osserviamo che gli omosessuali dichiaranti di essere genitori sono il 5%, mentre per gli intervistati di età superiore ai 40 anni il dato sfiora il 20%.

Considerato che in Italia la percentuale di omosessuali è stimata al 7%, risulta che nel nostro paese almeno un centinaio di migliaia di bambini e giovani adulti hanno un genitore omosessuale. Secondo invece i dati desunti dal 15° Censimento generale della popolazione 2011 condotta dall’ISTAT, risulta che le coppie di persone dello stesso sesso che hanno dichiarato di essere unite da un legame affettivo di tipo coniugale sono in totale 7.513, di cui 529 con figli. Un numero esiguo e certamente incompleto, che nulla ci dice su quante sono famiglie LGBTQI, cioè quelle famiglie composte da persone lesbiche, gay, trans, queer, intersex che vivono oggi nel nostro paese e di quante di queste hanno figli, oppure di quante convivono insieme da anni senza che risulti ufficialmente in alcun registro pubblico e quante di queste sono sposate all’estero o stanno aspettando di potersi unire civilmente in Italia.

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