Il voto arcobaleno: questione di “outing”

Sono passati oltre trent’anni da quando si è cominciato a parlare timidamente di “pink vote” o “rainbow vote” (voto a connotazione LGBT) anche in Italia, seguendo l’esempio di altri paesi. Azione politica che si riferisce alla pratica di votare candidat* della comunità LGBT (o gay-sensitive) nelle tornate elettorali o, in misura complementare, l’azione dei candidat* omosessuali di attrarre il voto della comunità LGBT attraverso un’agenda politica dedicata ai diritti civili degli omosessuali. Un segmento, oggi come allora, potenzialmente non irrilevante per l’esercizio della democrazia. Nelle elezioni presidenziali americane del 2012 (e in quelle della tornata precedente) le questioni LGBT hanno avuto un ruolo fondamentale nella rielezione di Barack Obama mettendo a rischio il suo consenso tra gli elettori afroamericani.

Benché, ad ogni tornata elettorale, la rosa dei candidat* omosessuali in Italia si faccia sempre più larga, le analisi su questo fenomeno sono a tutt’oggi assenti. Anche quando, a pochi giorni dalle elezioni amministrative, le/i numerosi candidate e candidati LGBT delle tre grandi città italiane di sempre (Roma, Napoli, Milano) si sfidano alacremente nell’arena politica italiana per agganciare e andare oltre l’elettorato omosessuale. Nessun riferimento alla loro agenda politica, al dibattito sui cardini del confronto tra maggioranza eterosessuale e minoranza omosessuale, ai temi della sfida arcobaleno.

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Speciale Napoli. A tu per tu con i protagonisti LGBT candidati al comune di Napoli. Intervista ad Antonella Capone

A Napoli si respira un clima frizzante. Le elezioni comunali del 5 giugno sono alle porte ed in città si consumano gli ultimi giorni di campagna elettorale. Una caratteristica di queste elezioni è la partecipazione di una vera e propria cordata di rappresentati della comunità LGBT, scesa nell’arena politica al fianco di Luigi De Magistris. I candidati si battono per la rivendicazione dei diritti non solo della comunità LGBT, ma di tutti i cittadini nel segno dell’uguaglianza, della lotta a tutte le discriminazioni e della considerazione di realtà marginali.

L’Osservatorio LGBT non si è limitato a guardare la situazione, ma ha ricercato il dialogo con i protagonisti. Abbiamo incontrato Antonella Capone, candidata alla V municipalità di Napoli (Vomero, Arenella), attivista storica ed ex presidentessa dell’associazione Arcilesbica Le Maree.

Antonella già da tempo è impegnata nelle battaglie del movimento LGBT, essendo stata presidentessa dell’associazione Arcilesbica Le Maree, e adesso scende nell’arena politica. Cosa l’ha spinta a farlo?

Io non mi reputo una politica. Personalmente sono stata l’ultima ad aggiungersi alla cordata LGBT. Sono stata nel partito comunista quando ero ragazzina, ero una fan sfegatata di Berlinguer. Ho quasi cinquant’anni, militavo nella FGCI e poi sono passata all’Ulivo… ho fatto di tutto. Hanno cercato di coinvolgermi nella parte attiva, ma io mi sono sempre rifiutata. Prima la situazione politica non era chiara, ma è diversa. Facendo parte dell’associazione Arcilesbica da 22 anni, ho militato ed ho visto tutti i cambiamenti di questa città, anche se io sono napoletana d’adozione. Sono aversana e vivo a Napoli da vent’anni. Ho vissuto i cambiamenti della città e ricordo com’era per le persone LGBT vent’anni fa.  Quest’amministrazione ha dato tantissimo alla nostra comunità tra cui l’opportunità di vivere liberi. Le nostre battaglie, però, non sono finite con le Unioni Civili, ma sono appena cominciate. Ci sono ancora battaglie importanti da combattere come, ad esempio, quella per i diritti dei bambini e per una legge contro l’omotransfobia. La comunità lesbica è sempre stata più nascosta ed io mi batto per la visibilità delle donne, come coronamento di questi vent’anni di battaglie. Stiamo dando un forte segnale alla città, ci mettiamo faccia ed impegno. Non ho la presunzione di essere eletta, ma nell’eventualità che dovesse succedere ci metterò sempre la faccia. Come avviene da vent’anni. Secondo me Arenella è tra i quartieri più transfobici, anche se sembra che apparentemente vada tutto bene. Qui la lotta sarà molto dura.

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Speciale Napoli. L'orgolio trans al comune di Napoli. Intervista a Daniela Falanga

Con lo slogan “orgoglio trans” si intende rimarcare la forza d’animo che ci vuole per rifiutare il proprio corpo biologico e le relative connotazioni di genere che la società gli attribuisce. Tra i consiglieri comunali che potrebbero comporre il prossimo Consiglio comunale di Napoli ed affiancare il primo cittadino per i prossimi cinque anni c’è Daniela Falanga, donna transessuale.

Daniela ha dovuto modificare il suo corpo per realizzarsi nel modo in cui era nata. Le sue rivendicazioni abbracciano i destini dei transessuali che sono fortemente discriminati e spesso relegati ai margini della società. Donne ed uomini che non accettano la propria identità di genere trovano barriere insormontabili ai cospetti dell’inserimento lavorativo, e soprattutto quelli che transitano verso il sesso femminile sono spinti, da un ambiente profondamente maschilista, a prostituirsi quando cercano un modo per trovare sostentamento.

La candidata al Consiglio comunale, nella breve intervista che ci ha rilasciato, esprime il suo forte desiderio di continuare ad aiutare la comunità dei trans-sessuali tramite il sostegno di istituzioni sensibili alla diversità. Inoltre ci ha confidato che l’attività di sensibilizzare chi un pensiero ancora se lo deve formare è ciò che la rassicura di più per arrivare ad un futuro migliore. Il suo impegno nei progetti che educano i bambini delle scuole ad una maggiore consapevolezza delle differenze e dei diversi orientamenti sessuali rappresenta il modo attraverso cui lei si è riscattata. Da esclusa a guida per quelli che ancora devono socializzarsi, questo passaggio non rappresenta soltanto il cambiamento di una condizione, ma anche l’abbattimento di quelle barriere che possono minacciare il tentativo di esprimere le proprie capacità per chi è portatore di differenze.

Come ci ha fatto riflettere la nostra intervistata, con un adeguato sostegno istituzionale sarebbe possibile redimere tutta una serie di persone che incolpevoli della loro condizione subalterna hanno bisogno di un sentiero già tracciato per conoscere quali siano i passi da compiere per liberarsi degli impedimenti che limitano il dispiegamento delle proprie capacità. Aiutare chi parte da una situazione di svantaggio a conseguire una partecipazione attiva alla società può regalarci non solo un contesto più egualitario, ma anche una collettività più varia e complessa, aperta alle sfide della modernità ed allo scambio libero di idee.

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Speciale Napoli. Una mamma rainbow al comune di Napoli. Intervista a Giuseppina La Delfa

Abbiamo sondato gli umori e i propositi di Giuseppina La Delfa, candidata al Consiglio comunale di Napoli per le elezioni amministrative che si terranno il 5 giugno.

Come lei ci racconta, dopo più di un decennio di attivismo con l’associazione “Famiglie Arcobaleno” è arrivato il momento, secondo questa esponente della comunità LGBT, di fare pressione sulle istituzioni dall’interno. C’è la voglia di prendere delle scelte a di assumersi le responsabilità che ne conseguono da parte di tutto il mondo gay, che è stanco di assumere un ruolo meramente critico e rivendicativo e vuole dirigere la città di Napoli verso l’accoglimento delle differenze.

La combattività e la determinazione che hanno dovuto mettere in campo i componenti della comunità LGBT per vedersi riconosciuti tutta una serie di diritti umani e civili è la stessa che Giuseppina vuole mettere al servizio dei cittadini napoletani, per armonizzare i diversi orientamenti che animano la città all’ombra del Vesuvio. In cambio della fiducia dell’elettorato quest’associazionista ed attivista, che si è impegnata molto per affermare la dignità delle famiglie composte da genitori dello stesso sesso, offre ascolto per i soggetti che stanno ai margini e capacità di far pervenire la molteplicità delle istanze politiche sotto forma di concreti interventi amministrativi.

Secondo la nostra intervistata i provvedimenti che gli altri paesi europei adottano nei vari campi della politica possono essere presi come modelli e adattati alle necessità del contesto locale, per fare questo lei potrebbe mettere al servizio della collettività un esperienza di vita trans-nazionale che gli ha regalato una prospettiva di ampio respiro.

Nello stralcio finale dell’intervista l’aspirante consigliera avverte che in questa era dov’è facile reperire informazioni ma sempre più difficile distinguere la validità delle fonti da cui provengono, diventa difficile identificare chi rappresenta i propri interessi e come li preserva.

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SPECIALE INTERSEZIONALITÁ - Note per una lettura in chiave multiculturale delle questioni omosessuali

Da poco in edizione economica il bel volume dello storico Edward James sui “barbari” in Europa, come furono chiamati i popoli di etnìa differente, per i greci incapaci di parlare la propria lingua, e così poi definiti dai romani come esterni alla (propria) civiltà. Il termine ha assunto nel tempo carattere spregiativo tanto che le “Völkerwanderungen”, le migrazioni di massa della prima era cristiana, sono riportate ancora oggi sui testi scolastici come «invasioni barbariche». Se James sottolinea l’importanza di queste genti nella costruzione di un’Europa da sempre multietnica, oggi multiculturale, con lui introduciamo questo articolo che tratta di nuovi “popoli” che emergono all’interno delle civiltà moderne rafforzando determinati valori, concetti, relazioni – i costituenti della cultura per Goodenough (1981) - di libertà, eguaglianza, solidarietà, la cui maturazione in seno alla società che li ha incubati ha reso possibile la loro stessa nascita.

Le società multiculturali vengono immmaginate nella prima metà del secolo scorso, in paesi dove forti erano gli scontri razziali e etnici, perché mèta di flussi migratori o per le politiche colonialiste. “Multiculturalità” è un termine che inizia a circolare negli anni ’60 ed è presente nel periodo della contestazione giovanile, nel dibattito politico ed intellettuale americano come rivendicazione di pari dignità e peso sociale per le diverse identità socio-culturali. Entra più tardi in quello Italiano dove la contestazione concentra i suoi attacchi contro le principali istituzioni della società (famiglia, scuola, chiesa, impresa) (Cesareo, 1990). Negli Stati Uniti le questioni di genere, non solo femministe, sono innestate dentro i movimenti di contestazione, rafforzando politicamente tra gli altri il movimento di liberazione omosessuale, che si radicherà e riporterà le prime conquiste. Simbolica la fondazione nel 1981 del “ONE Institute”, primo istituto di alta formazione accademica sulle questioni omosessuali.

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