Il voto arcobaleno: questione di “outing”
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- Pubblicato: Giovedì, 02 Giugno 2016 19:07
- Scritto da Fabio Corbisiero
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Sono passati oltre trent’anni da quando si è cominciato a parlare timidamente di “pink vote” o “rainbow vote” (voto a connotazione LGBT) anche in Italia, seguendo l’esempio di altri paesi. Azione politica che si riferisce alla pratica di votare candidat* della comunità LGBT (o gay-sensitive) nelle tornate elettorali o, in misura complementare, l’azione dei candidat* omosessuali di attrarre il voto della comunità LGBT attraverso un’agenda politica dedicata ai diritti civili degli omosessuali. Un segmento, oggi come allora, potenzialmente non irrilevante per l’esercizio della democrazia. Nelle elezioni presidenziali americane del 2012 (e in quelle della tornata precedente) le questioni LGBT hanno avuto un ruolo fondamentale nella rielezione di Barack Obama mettendo a rischio il suo consenso tra gli elettori afroamericani.
Benché, ad ogni tornata elettorale, la rosa dei candidat* omosessuali in Italia si faccia sempre più larga, le analisi su questo fenomeno sono a tutt’oggi assenti. Anche quando, a pochi giorni dalle elezioni amministrative, le/i numerosi candidate e candidati LGBT delle tre grandi città italiane di sempre (Roma, Napoli, Milano) si sfidano alacremente nell’arena politica italiana per agganciare e andare oltre l’elettorato omosessuale. Nessun riferimento alla loro agenda politica, al dibattito sui cardini del confronto tra maggioranza eterosessuale e minoranza omosessuale, ai temi della sfida arcobaleno.











A Napoli si respira un clima frizzante. Le elezioni comunali del 5 giugno sono alle porte ed in città si consumano gli ultimi giorni di campagna elettorale. Una caratteristica di queste elezioni è la partecipazione di una vera e propria cordata di rappresentati della comunità LGBT, scesa nell’arena politica al fianco di Luigi De Magistris. I candidati si battono per la rivendicazione dei diritti non solo della comunità LGBT, ma di tutti i cittadini nel segno dell’uguaglianza, della lotta a tutte le discriminazioni e della considerazione di realtà marginali.

Da poco in edizione economica il bel volume dello storico Edward James sui “barbari” in Europa, come furono chiamati i popoli di etnìa differente, per i greci incapaci di parlare la propria lingua, e così poi definiti dai romani come esterni alla (propria) civiltà. Il termine ha assunto nel tempo carattere spregiativo tanto che le “Völkerwanderungen”, le migrazioni di massa della prima era cristiana, sono riportate ancora oggi sui testi scolastici come «invasioni barbariche». Se James sottolinea l’importanza di queste genti nella costruzione di un’Europa da sempre multietnica, oggi multiculturale, con lui introduciamo questo articolo che tratta di nuovi “popoli” che emergono all’interno delle civiltà moderne rafforzando determinati valori, concetti, relazioni – i costituenti della cultura per Goodenough (1981) - di libertà, eguaglianza, solidarietà, la cui maturazione in seno alla società che li ha incubati ha reso possibile la loro stessa nascita.