[Editoriale] Intersezionalità: una buzzword pro e contro l’identità LGBT
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- Pubblicato: Martedì, 17 Maggio 2016 20:28
- Scritto da Fabio Corbisiero
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Dal 1989 in poi, anno in cui la studiosa Kimberlé Crenshaw ne fondò la teoria, il concetto di intersezionalità ha fatto lentamente ingresso nelle scienze sociali. Basti guardare al florilegio di articoli accademici degli ultimi due decenni, soprattutto di matrice americana, per accorgersi della frequenza con cui si scrive e si dibatte sul pensiero intersezionale, considerato ormai uno strumento chiave nella comprensione dei fenomeni di diseguaglianza sociale legati alla discriminazione multipla. Non sorprende, d’altronde, che la sensibilità per il contrasto delle discriminazioni multiple si sia sviluppata nel contesto sociale e giuridico statunitense quando emerse chiaramente che né il diritto, né i movimenti per i diritti civili riuscivano a tener conto delle esperienze di discriminazione e violenza vissute dalle donne (nere) o da una parte delle persone omosessuali (lesbiche e trans). D’altra parte i movimenti per i diritti civili delle donne di allora davano voce principalmente alle istanze delle donne bianche (istruite, di classe media, eterosessuali…), mentre i movimenti per i diritti delle persone omosessuali erano, a quei tempi, sovrarappresentati da molti maschi gay (bianchi e di classe media).











La teoria queer concentrando la sua attenzione sulla decostruzione dell’identità di genere e di quella sessuale solo raramente si è confrontata con la questione delle differenze etniche e razziali. Così come ai primi scritti femministi si rimprovera il fatto che essi riflettano l’esperienza e le preoccupazioni delle donne bianche delle società nordamericane ‒ per giunta appartenenti ai ceti sociali più privilegiati ‒ così oggi la teoria è chiamata a considerare i vissuti di donne e uomini provenienti da altre parti del globo che per condizioni sociali e culturali di partenza non sono assimilabili in un’unica condizione universale LGBT. Attenzione che oggi si fa impellente, poiché come precisa il rapporto Fleeing Homophobia ogni anno in Europa 10.000 LGBT stranieri pongono domanda di protezione internazionale per orientamento sessuale e identità di genere (Jansen e Spijkerboer, 2011). Se la ricerca accademica inizia a fare i conti con questo dato (Abbatecola, Bimbi 2014; Masullo 2015) la comunità LGBT solo recentemente si è sensibilizzata ai problemi posti dai migranti LGBT. All'interno di queste non si evita tuttavia di riscontrare il riprodursi rappresentazioni negative ed omologanti della cultura del migrante, in particolare di coloro che provengono dai Paesi musulmani.
Gruppi o categorie sociali specifiche possono essere oggetto di discriminazione a causa di differenti motivi e rispetto a diverse caratteristiche coesistenti nel medesimo tempo (immigrato irregolare omosessuale) o in tempi diversi (omosessuale divenuto disabile) oppure originarie (omosessuale sordo) o, ancora, conseguenti (una persona disabile o un migrante che “scoprono” la propria omosessualità). Le medesime caratteristiche possono pertanto presentarsi originariamente, coesistere o divenire intervenienti. È evidente che categorie o gruppi sociali stigmatizzati sono passibili di forme di discriminazione che si configurano nella maggior parti dei casi come «multiple»: l’accesso a servizi abitativi (pubblici o privati) di una coppia lesbica potrebbe essere ostacolato non soltanto dalla pubblicità e visibilità del legame delle due, ma anche dal pregiudizio sociale e dalla discriminazione legale relativi alla libertà di due persone dello stesso sesso di potere esprimere delle scelte intime (libere) di coabitazione e di legame (inesistenza dell’istituto matrimoniale o di altri istituti). Potremmo ipotizzare l’esistenza di uno scenario, non inverosimile, in cui aggiungiamo alle configurazioni individuate la diversa appartenenza etnica di una delle partner (ed immaginare una difficile accesso al mercato del lavoro) ed il loro genere.
Lo stereotipo dell’omosessualità nell’antichità ci propone per lo più un tipo di relazione asimmetrica tra maschi adulti e maschi adolescenti, come ad esempio nel caso celebrato dell’amore tra Adriano e Antinoo. E lo stesso modello ha attraversato i millenni fino a tempi recenti, se si pensa ai giovanissimi amanti mediterranei dei grandi omosessuali nordeuropei dell’Ottocento, a volte più, a volte meno attempati, ma comunque adulti, da Byron a von Gloeden. Un altro tipo di asimmetria ha pure attraversato epoche e culture le più diverse, da quella ottomana fino agli stereotipi europei della metà del Novecento, e cioè quella della coppia formata da due uomini, grosso modo coetanei, ma con una forte polarità tra un partner virile, attivo, “normale” agli occhi del mondo eterosessuale, e uno effeminato, passivo, a volte travestito (si pensi ad esempio al cinema italiano anni Sessanta, Settanta, dal “Vizietto” in giù).
Un’insolita ventata d’aria fresca, proveniente dalla Spagna, ha inebriato il Dipartimento di Scienze Sociali della Federico II di Napoli. Il 5 maggio, alle ore 16 in aula T3, si è svolto il seminario “