«Omogenitorialità, dal punto di vista del figlio». Su Psicologia Contemporanea le questioni aperte
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- Pubblicato: Venerdì, 09 Settembre 2016 12:55
- Scritto da Teresa De Rosa
In un articolo pubblicato sull'ultimo numero (set-ott 2016) di “Psicologia contemporanea” dal titolo “Omogenitorialità, dal punto di vista del figlio”, viene presentato un quadro sull’omogenitorialità che passa in rassegna i nodi che restano da sciogliere sul tema da parte della comunità scientifica. L’autore, Mauro Fornaro, Ordinario di Psicologia dinamica presso l'Università di Chieti-Pescara, sottolinea che allo stato attuale degli studi non esistono prove concrete che possano testimoniare con certezza che la prole nata e cresciuta all’interno di un nucleo omogenitoriale non presenti differenze dal punto di vista dello sviluppo psico-affettivo rispetto ai figli cresciuti da coppie eterosessuali. La maggior parte degli studi per sondare lo sviluppo cognitivo, affettivo e comportamentale della prole omogenitoriale sono stati effettuati in ambiente anglosassone e dimostrano che non c’è nessun riferimento ad eventuali devianze e differenze durante la crescita dei bambini rispetto ai figli delle coppie eterosessuali.











Si è svolta presso il Dipartimento di Scienze Sociali dell’Università Federico II di Napoli, lo scorso 13 luglio 2016, la tavola rotonda tra l’Osservatorio LGBT e i rappresentanti di alcune associazioni che operano a livello regionale nel campo della promozione e della tutela delle persone LGBT
Sono 21 le città italiane dal nord al sud che quest’anno hanno aderito al progetto comune dell’Onda Pride 2016. Le strade di Napoli, Roma, Pavia, Treviso, Firenze, Genova, Palermo, Varese, Milano, Caserta, Bologna, Perugia, Latina, Cagliari, Catania, Taranto, Torino, Siracusa, Gallipoli, Rimini e Catania, si sono tinte dei colori dell’arcobaleno in difesa dei diritti e delle rivendicazioni di uguaglianza delle comunità Lgbt, troppo spesso messa ai margini e che ancora oggi lotta con coraggio contro ogni forma di discriminazione. Disparità che non si fermano a legge ottenuta, ma che si contrasta con l’attivismo, il coinvolgimento sociale, la divulgazione delle informazioni nei luoghi dove si forma il pensiero critico di ogni individuo. C’è bisogno della diffusione di una cultura delle differenze affinché non si sentano più le parole d’odio, non si compiano violenze e non si finga indifferenza, affinché ci sia inclusione, affetto reciproco ed uguaglianza sociale.
Il 6 maggio 2016 Londra ha scelto il suo nuovo sindaco, è Sadiq Khan, avvocato di origini pakistane da sempre attivo per i diritti umani e impegnato in battaglie di vario tipo tra cui quella contro le violenze della polizia, le discriminazioni sul lavoro e per i diritti dei carcerati. Il suo sogno da bambino era diventare medico ma su suggerimento di un insegnante, da sempre affascinato dalle sua capacità comunicative, ha intrapreso gli studi in legge. Nel corso degli anni la politica è diventata la sua passione ed è così cominciata una carriera che lo ha visto prima consigliere comunale in uno dei borghi che costituiscono Londra, poi membro del Parlamento inglese per due legislature all’interno del partito Laburista ed ora sindaco di una delle più importanti capitali europee e mondiali.
Molti pensano al Gay Pride esclusivamente come ad un momento di festa, una parata colorata e, talvolta, sopra le righe. In realtà, ciò non sempre è vero. Ci sono contesti, come quello spagnolo, in cui la comunità LGBT celebra il proprio orgoglio, per festeggiare quell’uguaglianza sociale conquistata a fatica.
Gruppi o categorie sociali specifiche possono essere oggetto di discriminazione a causa di differenti motivi e rispetto a diverse caratteristiche coesistenti nel medesimo tempo (immigrato irregolare omosessuale) o in tempi diversi (omosessuale divenuto disabile) oppure originarie (omosessuale sordo) o, ancora, conseguenti (una persona disabile o un migrante che “scoprono” la propria omosessualità). Le medesime caratteristiche possono pertanto presentarsi originariamente, coesistere o divenire intervenienti. È evidente che categorie o gruppi sociali stigmatizzati sono passibili di forme di discriminazione che si configurano nella maggior parti dei casi come «multiple»: l’accesso a servizi abitativi (pubblici o privati) di una coppia lesbica potrebbe essere ostacolato non soltanto dalla pubblicità e visibilità del legame delle due, ma anche dal pregiudizio sociale e dalla discriminazione legale relativi alla libertà di due persone dello stesso sesso di potere esprimere delle scelte intime (libere) di coabitazione e di legame (inesistenza dell’istituto matrimoniale o di altri istituti). Potremmo ipotizzare l’esistenza di uno scenario, non inverosimile, in cui aggiungiamo alle configurazioni individuate la diversa appartenenza etnica di una delle partner (ed immaginare una difficile accesso al mercato del lavoro) ed il loro genere.
Lo stereotipo dell’omosessualità nell’antichità ci propone per lo più un tipo di relazione asimmetrica tra maschi adulti e maschi adolescenti, come ad esempio nel caso celebrato dell’amore tra Adriano e Antinoo. E lo stesso modello ha attraversato i millenni fino a tempi recenti, se si pensa ai giovanissimi amanti mediterranei dei grandi omosessuali nordeuropei dell’Ottocento, a volte più, a volte meno attempati, ma comunque adulti, da Byron a von Gloeden. Un altro tipo di asimmetria ha pure attraversato epoche e culture le più diverse, da quella ottomana fino agli stereotipi europei della metà del Novecento, e cioè quella della coppia formata da due uomini, grosso modo coetanei, ma con una forte polarità tra un partner virile, attivo, “normale” agli occhi del mondo eterosessuale, e uno effeminato, passivo, a volte travestito (si pensi ad esempio al cinema italiano anni Sessanta, Settanta, dal “Vizietto” in giù).
Da poco in edizione economica il bel volume dello storico Edward James sui “barbari” in Europa, come furono chiamati i popoli di etnìa differente, per i greci incapaci di parlare la propria lingua, e così poi definiti dai romani come esterni alla (propria) civiltà. Il termine ha assunto nel tempo carattere spregiativo tanto che le “Völkerwanderungen”, le migrazioni di massa della prima era cristiana, sono riportate ancora oggi sui testi scolastici come «invasioni barbariche». Se James sottolinea l’importanza di queste genti nella costruzione di un’Europa da sempre multietnica, oggi multiculturale, con lui introduciamo questo articolo che tratta di nuovi “popoli” che emergono all’interno delle civiltà moderne rafforzando determinati valori, concetti, relazioni – i costituenti della cultura per Goodenough (1981) - di libertà, eguaglianza, solidarietà, la cui maturazione in seno alla società che li ha incubati ha reso possibile la loro stessa nascita.
La teoria queer concentrando la sua attenzione sulla decostruzione dell’identità di genere e di quella sessuale solo raramente si è confrontata con la questione delle differenze etniche e razziali. Così come ai primi scritti femministi si rimprovera il fatto che essi riflettano l’esperienza e le preoccupazioni delle donne bianche delle società nordamericane ‒ per giunta appartenenti ai ceti sociali più privilegiati ‒ così oggi la teoria è chiamata a considerare i vissuti di donne e uomini provenienti da altre parti del globo che per condizioni sociali e culturali di partenza non sono assimilabili in un’unica condizione universale LGBT. Attenzione che oggi si fa impellente, poiché come precisa il rapporto Fleeing Homophobia ogni anno in Europa 10.000 LGBT stranieri pongono domanda di protezione internazionale per orientamento sessuale e identità di genere (Jansen e Spijkerboer, 2011). Se la ricerca accademica inizia a fare i conti con questo dato (Abbatecola, Bimbi 2014; Masullo 2015) la comunità LGBT solo recentemente si è sensibilizzata ai problemi posti dai migranti LGBT. All'interno di queste non si evita tuttavia di riscontrare il riprodursi rappresentazioni negative ed omologanti della cultura del migrante, in particolare di coloro che provengono dai Paesi musulmani.
Sono passati oltre trent’anni da quando si è cominciato a parlare timidamente di “pink vote” o “rainbow vote” (voto a connotazione LGBT) anche in Italia, seguendo l’esempio di altri paesi. Azione politica che si riferisce alla pratica di votare candidat* della comunità LGBT (o gay-sensitive) nelle tornate elettorali o, in misura complementare, l’azione dei candidat* omosessuali di attrarre il voto della comunità LGBT attraverso un’agenda politica dedicata ai diritti civili degli omosessuali. Un segmento, oggi come allora, potenzialmente non irrilevante per l’esercizio della democrazia. Nelle elezioni presidenziali americane del 2012 (e in quelle della tornata precedente) le questioni LGBT hanno avuto un ruolo fondamentale nella rielezione di Barack Obama mettendo a rischio il suo consenso tra gli elettori afroamericani.