Lo sport dalla prospettiva sociologica. Intervista a Luca Bifulco


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Sport: quanti sentimenti si esprimono e si celano dietro questa semplice parola. Benefico vaso di Pandora per la sua intrinseca caratteristica di motore d’espressione delle personalità, delle passioni e di dinamiche d’inclusione sociale e di lotta alla discriminazione. Come per ogni cosa, però,alle luci corrispondono delle zone d’ombra, infatti nello sport non sono mancati avvenimenti che hanno visto come grandi protagoniste la violenza e la discriminazione, antitesi della sportività. È di pochi giorni fa l’ultimo avvenimento che segnala intolleranza. In occasione della partita Lazio – Napoli i tifosi laziali hanno ripetutamente rivolto cori e boati razzisti contro il giocatore senegalese del Napoli Kalidou Koulibaly e contro Napoli stessa, intonando “O Vesuvio, lavali con il fuoco”. I cori hanno comportato la doverosa sospensione del gioco per più di 3 minuti, ma la giornata verrà ricordata soprattutto per il nobile gesto di Koulibaly che, a fine partita, contrapponendosi alla bassezza dei tifosi razzisti ha regalato la sua maglietta ad un bambino tifoso della Lazio. Il razzismo nello sport non rappresenta una realtà solo italiana. Il 31 gennaio 2016 durante una partita della FA Cup (Coppa d’Inghilterra) tra Carlisle ed Everton sono stati segnalati insulti razzisti verso il giocatore ivoriano Arouna Kone durante i festeggiamenti per il primo goal della sua squadra, l’Everton, che ha poi vinto la partita per 3-0. A seguito dell’incidente sono state avviate delle indagini che hanno portato all’arresto di un ragazzino di 15 anni

Non sono mancati episodi d’infelice discriminazione che hanno visto protagonisti gli stessi atleti.  Nel 2012, ad esempio, durante le Olimpiadi di Londra l’atleta greca Voula Papachristou rivolse un  tweet  razzista contro gli immigrati africani che le è valso la squalifica dai giochi. Gli avvenimenti riportati in precedenza mostrano la faccia più buia dello sport e la deformazione di concetti quali sportività ed accettazione dell’altro. Lo sport ha tra le sue principali caratteristiche quella di essere lo specchio del sentire comune e, proprio per questo, costituisce una risorsa importante di studio e d’indagine. Si configuracome strumento privilegiato per l’analisi del contesto sociale, rivelandone mutamenti ed evoluzioni oltre che concezioni ormai radicate. Lo sport costituisce una vera e propria cartina di tornasole della società poiché mette in evidenza quanto essa sia disposta a confrontarsi con la diversità considerandola come una fonte di ricchezza piuttosto che di pericolo. Un fenomeno globale così complesso e ricco di variabili dovrebbe godere di un adeguato interesse accademico. Nonostante l’attivazione di specifici corsi di studio come Scienze motorie o Scienze dello sport una parte del mondo accademico sembra ancora non considerare a sufficienza tale fenomeno. La sociologia non può che configurarsi quale via maestra per la comprensione e lo studio di tale tematica.

 

Intervista a Luca Bifulco, docente di Sociologia dello Sport

L’Osservatorio LGBT ha incontrato Luca Bifulco, docente di Sociologia presso il Dipartimento di Scienze Sociali dell’Università Federico II di Napoli, che da anni si interessa della relazione tra il mondo dello sport e la sociologia. Tra le pubblicazioni a sua firma troviamo A tutto campo. Il calcio da una prospettiva sociologica (Guida Editore, 2014) scritto insieme a Francesco Pirone (qui il blog).

 

Come si presenta ai giorni nostri il fenomeno sportivo e quale ruolo assume nell’ambito della società?

Luca Bifulco e Francesco PironeLo sport, per come lo conosciamo noi, è un fenomeno moderno molto articolato e complesso, che tra l’altro si modifica nel tempo. Tanto è vero che non si riesce mai a trovare una definizione capace di accogliere qualsiasi sua possibile forma. In genere si parla di sport riferendosi ad attività ludiche, senza finalità produttive concrete, che richiedono sforzo fisico, serietà dei partecipanti, agonismo, competizioni dall’esito incerto, la possibilità di configurare un risultato visibile e standardizzabile. Ma anche questa definizione, generalmente accettata dagli studiosi, lascia un po’ in disparte molte delle articolazioni più in voga del nostro tempo, dalla palestra al jogging, ad esempio. Vale a dire un’attività fisica svolta soprattutto per motivazioni estetiche e di presunta cura del corpo (argomento, questo, molto complicato, dal momento che l’idea di cosa sia un corpo sano è mediata da concezioni culturali, oltre che medico-scientifiche).

Inoltre, tra nostro nonno che il sabato fa una corsetta al parco e lo sport professionistico milionario esiste un mondo infinito di pratiche sportive, diversificate in tutto e per tutto. Per questo non si può dire che esista un ruolo univoco dello sport nella società. Lo sport lo si pratica per il benessere fisico-atletico; lo sport genera inoltre relazioni sociali (sia per i praticanti che per appassionati e tifosi); lo sport può accompagnare l’articolazione di identità territoriali; lo sport – nel suo lato professionistico o industriale – è un’attività economicamente importante per un paese (agendo discretamente sul suo PIL, specie con l’indotto), tanto che, vivendo in un’epoca in cui i consumi del tempo libero rappresentano una fetta molto rilevante della nostra economia (con tutto il portato anche in termini di lavoro, circolazione monetaria, ecc.), non mi lancerei troppo nella comoda e usuale stigmatizzazione tout court.

Lo sport è anche vettore di valori, che sono in genere i valori tipici del suo contesto sociale.  Spesso si chiede allo sport di avere una funzione educativa sic et simpliciter. Il che non è sbagliato di suo, solo che il termine “educazione” va maneggiato con molta precauzione, perché spesso nasconde delle insidie. Innanzitutto l’idea – alquanto diffusa – che si debbano plasmare dei ragazzi (o un pubblico) in ottica di disciplinamento dall’alto, ma anche perché poi ci sarà chi decide a cosa si debba educare. Su quali basi è poi tutto da verificare. Per questo preferisco, anche da sociologo, l’idea che lo sport possa aiutare nelle relazioni sociali – che poi la cosa abbia un valore nell’educazione può starci, ma questa prospettiva mi sembra più adeguata.

 

Come si declina il mito dell’identificazione con un atleta e quali sono le dinamiche che lo caratterizzano?

L’identificazione con un atleta o una squadra è una cosa, il mito un’altra, radicata nel tempo e piuttosto rara – oggi abbiamo più che altro celebrità dall’alto valore commerciale. Ciò sebbene il secondo fenomeno sia inevitabilmente legato al primo. Alla base ci sono gli stessi processi e meccanismi psico-sociali di fondo. Tra i più rilevanti il cosiddetto BIRGing – basking in reflected glory (crogiolarsi nella gloria riflessa): la storia, i successi o le sconfitte del nostro campione o della nostra squadra diventano i nostri e ci identifichiamo in essi. Tutto ciò mette in moto ulteriori meccanismi per mantenere alta e coerente la gratificazione – come pensare che i nostri campioni siano speciali come i suoi fan, imputare sconfitte a fattori esterni, ecc.

Dopodichè emergono tutti gli aspetti dell’appartenenza. In termini identitari, soprattutto, per cui io rispondo alla domanda “chi sono?” anche attraverso l’identificazione col mio campione o team e contrapponendomi agli avversari, l’out-group, che considererò e tratterò come tali, in modo più o meno veemente.

 

In che modo lo sport può favorire l’inclusione sociale e cosa si può fare per promuovere un sano spirito sportivo, basato sull’integrazione e la totale accettazione dell’altro?

Considerando, come ho accennato prima, che lo sport è una realtà varia e diversificata, non è semplice stabilire cosa sia un “sano spirito sportivo” senza rimanere sul vago – e nella speranza che ci sia accordo unanime sulla questione. Già parlare di inclusione sociale o integrazione ci consente di essere un po’ più diretti ed espliciti, sebbene – anche qui – parliamo di tante questioni diverse, per cui non esiste una definizione o una ricetta unitaria.

Le forme possibili di esclusione sociale sono molteplici. Gli ambiti chiamati in causa possono essere economici, razziali, di genere, ecc. Tanto per dirne una, il tanto elogiato modello del calcio inglese professionistico ha escluso intere classi sociali dalla presenza sugli spalti, dal momento che i biglietti costano caro. Poi ci sono problemi di discriminazione razziale, territoriale, di genere, che possono avere luogo nello sport professionistico come in quello amatoriale. Insomma, il quadro è complesso.

Lo sport mette insieme valori diversi e volendo contrapponibili, l’agonismo/competizione e la solidarietà, la capacità individuale e la cooperazione, la performance e la sportività, ecc. È un fenomeno flessibile, che però proprio per questo consente di cercare equilibri molto promettenti sul piano del miglioramento civico.

Come sempre, io ragionerei soprattutto sulla definizione delle relazioni. Per quanto riguarda lo sport giovanile, è interessante – ad esempio – il fatto che i bambini e le bambine possano giocare nelle stesse competizioni (almeno fino a una certa età). Così come il fatto che nello sport dei più piccoli il risultato sportivo e le classifiche non vengano stilate (in Inghilterra questa tendenza è ben avviata). Questo sostiene un’ottica di integrazione ed accettazione, perché aiuta a delineare interazioni basate su questa logica. È stata altresì importante la disposizione, approvata in gennaio dal Senato italiano, che permette a minori non italiani, ma residenti nel nostro territorio, di essere tesserati dalle società sportive. Ovviamente, questi sono solo degli esempi. Le modalità di azione possibili sono molte.

Per quanto concerne lo sport professionistico, come dico spesso, è fondamentale pensare di modificare le situazioni in cui avvengono le competizioni. Costruire sempre di più l’ambiente della festa, magari con iniziative collaterali a supporto delle gare. Tutte le relazioni ne sarebbero agevolate, e con esse anche il portato di trasformazione culturale.

Certo, possono avere un senso anche iniziative simboliche, come i messaggi con contenuti inclusivi da parte degli addetti ai lavori con la loro notorietà, ma non credo siano determinanti da sole.

Per concludere, lo sport può dare un contributo, anche molto consistente, ma non si deve commettere l’errore semplicistico di caricarlo di eccessive aspettative e responsabilità. In definitiva esso partecipa alla realtà sociale in cui è inserito, attraverso un rapporto di definizione reciproca. Così, esso può avere un’incidenza nei cambiamenti culturali, ma nel lungo periodo e come intervento non isolato.

 

Come si possono interpretare avvenimenti basati su discriminazioni di fondo come i cori razzisti contro il giocatore Kalidou Koulibaly e, non ultimo, l’insulto omofobo di Sarri all’allenatore Mancini? In che modo si potrebbero prevenire?

Se consideriamo i due semplici eventi, dobbiamo osservare che si tratta di avvenimenti diversi, che hanno natura e caratteristiche dissimili, sebbene con qualche punto di tangenza.

Gli insulti di Sarri sono parte di un diverbio, vanno compresi nel quadro teorico dell’analisi della conversazione nell’escalation del litigio. Tra l’altro in un rapporto conversazionale non ufficiale – sebbene le telecamere, ma non in questo caso, abbiano ristrutturato la dialettica tra sfera pubblica e privata. L’escalation tra i due allenatori ha portato a insulti. L’insulto, spesso, specie in casi in cui l’azione è irriflessa e non ponderata, cerca di colpire l’altro pescando in formule alquanto stereotipate, disponibili in una sorta di vocabolario preposto.

È forse sulla strutturazione sociale di un simile vocabolario che è più interessante riflettere, anziché sulla conversazione, alquanto estemporanea, chiamata in causa.

Così, non mi preoccuperei tanto dell’omofobia di Sarri, che non mi sembra una persona poco sensibile in tal senso, in considerazione del fatto che il suo insulto può essere analizzato come atto contestuale. E un insulto è sempre brutto.

Credo sia molto più utile ragionare, invece, in termini complessivi su quanto nel calcio rimanga di una certa impostazione machista – per cui, solo ad esempio, alcuni dirigenti sostengono pubblicamente che è meglio se un calciatore omosessuale nasconda al pubblico e ai compagni la sua condizione. Questa persistenza culturale mi sembra molto più grave.

I cori contro Koulibaly – o quelli di discriminazione territoriale – sono un evento che va analizzato attraverso una prospettiva in parte diversa. Va prima fatta una precisazione di carattere generale. Anche in casi del genere, gli insulti possono avere natura situazionale, per quanto molto spiacevole: ovvero, si cerca di dileggiare o beffeggiare l’avversario nel semplice contesto di una partita, con o senza attinenza esplicita alle fasi di gioco. Fenomeni di questo tipo, presi isolatamente, possono avere presumibilmente un’incidenza sociale relativa, sono parte di quello sfogo di impulsi che lo stadio in qualche misura consente.

Il problema è che questi insulti ormai vanno al di là della situazione specifica, si radicano e protraggono nel tempo e nello spazio. Gli insulti ai napoletani hanno luogo in ogni campo, magari scritti in anticipo e a freddo su degli striscioni, addirittura anche se non si gioca contro la squadra partenopea. Allo stesso modo, le ingiurie razziali possono avere una certa persistenza ed estensione, andando oltre l’estemporaneità di un contesto.

In questi casi, in pratica, le catene di interazioni e situazioni che si annodano in diversi spazi e tempi si trasformano in tratti culturali consolidati, che a loro volta possono strutturare e fortificare idee e comportamenti. Anche qui la cosa ha la sua pericolosità sociale.

In merito alla prevenzione, non c’è una strada unica. A maggior ragione per eventi tanto diversi. Come sempre, misure situazionali, culturali e al limite punitive devono integrarsi tra loro. Nella consapevolezza che si deve lavorare con prospettive di lungo periodo, senza aspettarsi per forza tangibili risultati immediati.

 

Un’opinione comune accusa lo sport d’aver rinnegato le sue fondamenta per piegarsi agli interessi economici. Lei cosa ne pensa a riguardo e cosa si può rispondere a chi muove queste accuse?

Essendo un fenomeno – come dicevamo – molto articolato, è difficile stabilire quali siano le fondamenta dello sport, se non agganciandosi ad idee vaghe e spesso semplicistiche. Il calcio, ad esempio, come tante altre discipline acquisisce la sua forma moderna di sport nelle scuole inglesi dell’800 con l’intento di disciplinare le nuove generazioni delle classi elitarie. Poi, nel tempo, lo sport è stato utilizzato per fini diversi, anche come forma di indottrinamento all’interno di stati totalitari. Anche per queste sue connotazioni storiche il termine “educazione” – o “disciplina” – legato allo sport in modo semplicistico mi suona sempre sospetto.

Lo sport non è, insomma, buono o cattivo per costituzione. Dipende sempre da come lo si definisce e dai contenuti che vengono immessi.

Il fatto che lo sport sia anche un’industria è in sintonia con i consumi del loisir tipici della nostra epoca, che sorreggono una porzione non secondaria dell’andamento economico del nostro paese. L’idea che questo aspetto abbia minato una sorta di purezza originaria dello sport in parte è alimentata dal mito di una qualche età dell’oro non so quanto plausibile, in parte non tiene in considerazione che lo sport è una realtà variegata, che va dai contesti amatoriali fino alla sua connotazione commerciale più spinta – fatta sì di ombre, ma non solo.

A calcio, ad esempio, si gioca per strada come negli stadi della redditizia Champions League. E la passione è ciò che muove sempre tutto. Senza i ragazzi che giocano tra le vie cittadine non ci sarebbe alcun torneo professionistico internazionale.

Ma poi siamo sempre convinti che lo sport minore (o il calcio minore, rimanendo al nostro esempio) sia sempre puro e migliore? I diritti degli atleti sono meno tutelati, nei campi di periferia la violenza è meno visibile ma non meno presente, anzi, ecc.

Forse è semplicemente questione di prospettiva.

 

Nonostante alcune pubblicazioni in merito, si è registrata ancora una scarsa attenzione per lo sport da una parte del mondo accademico. Come si presenta ora la situazione e a cosa pensa possa essere legato questo disinteresse?

Clicca per accedere alla pagina su Interet Book ShopVa detto che questo disinteresse, soprattutto nelle scienze sociali, è specificamente italiano. Noi non abbiamo una vera e propria tradizione consolidata, ma solo alcuni precursori e qualche sparso ricercatore contemporaneo – davvero pochi se si pensa alla rilevanza sociale, economica, culturale, politica che lo sport e il calcio in particolare rivestono in Italia. Nel mondo anglosassone, invece, gli studi sullo sport e sul tempo libero sono presi in serissima considerazione.

Anche io mi sono avvicinato qualche anno fa a questo campo in modo quasi casuale, perché volevo testare la tenuta di alcune riflessioni di teoria sociologica e di sociologia del conflitto. E, quando con Francesco Pirone parlavamo con alcuni colleghi della nostra intenzione di sondare questa prospettiva di ricerca, venivamo accolti sovente con ironia e diffidenza. Eppure, al bar con gli stessi colleghi si parlava principalmente di calcio e del Napoli.

Lo sport, e il calcio nello specifico, sono insomma oggetto di un certo snobismo accademico, forse perché scontano lo stereotipo di fenomeni poco seri e culturalmente secondari, se non pericolosi. E, invece, alcuni studi di ricercatori americani dimostrano, ad esempio, che non è detto che sport (praticato e tifato) e interesse per  cultura o politica siano in contraddizione, anzi. E questo tanto per dirne una.

Pirone ed io abbiamo comunque trovato, a dispetto di questa iniziale incredulità di contorno, un territorio di indagine fertilissimo. Studiamo lo sport, ma le nostre sono analisi politiche, culturali, economiche che ci consentono di capire molto della società che ci circonda. D’altronde è quello che abbiamo fatto con questa intervista, mi pare.

Nel nostro piccolo abbiamo un po’ sdoganato questo ambito di studi nelle nostre vicinanze, e riusciamo a coinvolgere molti colleghi nelle nostre iniziative di riflessione e ricerca, che partecipano con passione e interesse intellettuale autentico.

Ad ogni modo, nonostante il fatto che questo settore di ricerca sia davvero promettente, sempre ricco di sfide conoscitive nuove e amplissime, rimane ancora sottostimato nel nostro paese. Vedremo per quanto.

 

 

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